Aveva tutto... ma perché non era felice? (Una storia vera)

Incontro Matteo a scuola, qualche anno fa. Frequenta la quarta classe della scuola primaria e l’istituto dove ci conosciamo è già il terzo che il ragazzino frequenta. Le scuole precedenti, a dire del genitore, non erano adatte a lui.
Figlio unico di genitori separati, vede il padre molto raramente in quanto abita in un’altra città. In quei pochi incontri, quest’ultimo riempie Matteo di regali e vestiti all’ultima moda, che il ragazzino non manca di mostrare ai compagni appena rientra a scuola, vantandosi di possedere oggetti che la maggior parte dei coetanei può a malapena sognare. Di contro, la madre sembra essersi assunta il ruolo di super eroina a protezione del suo pargolo indifeso contro i mali del mondo. E quindi ecco le lettere ai dirigenti, le discussioni con i docenti, la scelta di quale compagno o compagna potrebbe essere all’altezza di dividere il banco con Matteo, la decisione di non mandarlo a scuola ai primi freddi e tanto altro ancora.
Il risultato è un ragazzino egocentrico, convinto che tutto il mondo sia ai suoi piedi, incapace di tollerare un no o un limite, persuaso che sia più che giusto cercare (e ottenere) l’attenzione di tutti gli adulti presenti nella stanza. Eppure, non sembra affatto felice.
Quando mi ritrovo a lavorare con il suo gruppo classe, Matteo mi interrompe in continuazione. Fa domande di cui non ascolta le risposte, commenta ad alta voce le poche frasi che riesco a pronunciare, si alza dalla sedia e si pone fisicamente di fronte a me quando mi rivolgo a uno dei suoi compagni. Questi ultimi, dal canto loro, mal sopportano le continue interruzioni, le risatine, le prese in giro. Vorrebbero andare avanti con i nostri giochi di teatro, vorrebbero anche loro l’attenzione riservata a Matteo, esprimono dissenso e fastidio in merito al fatto che a lui sia concesso più degli altri violare le regole. Intanto Matteo si alza, tocca tutti gli oggetti, fa il bello e il cattivo tempo, tiene in scacco tutto il nostro tempo; se ripreso riesce a manipolare l’insegnante con una dialettica davvero invidiabile e ottiene (il più delle volte) di continuare l’azione di disturbo o comunque di non fare qual che sarebbe richiesto.
Non è affatto facile riuscire ad aver cura di tutti i preadolescenti presenti nella sua classe e al contempo far sì che Matteo si inserisca, che sia in grado di apprendere cose importanti e farsi degli amici. Sorge spontaneo alle labbra il rimprovero, l’alzare la voce, l’imporre la propria autorità continuamente minata da quel ragazzino al quale è sempre stato concesso tutto.
Finché, improvvisamente, scopro una cosa. Se mi metto a recitare, rispolverando le gag clownesche di tanto tempo fa, Matteo si immobilizza a guardarmi. E scopre qualcosa che non sa fare ma che vorrebbe tanto imparare. Ecco la chiave di volta. Da lì, piano piano, qualcosa cambia. Prima di tutto inizia a nascere un rapporto tra me e lui. Poi, finalmente, Matteo si pone in ascolto, come tutti gli altri. Certo, le interruzioni proseguono, ma si diradano nel tempo e soprattutto non suscitano frustrazione alla mancata risposta.
Ogni settimana va meglio.

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