Quando il silenzio insegna ad ascoltare: una storia vera di teatro ed educazione
Incontro Ginevra a scuola, alcuni anni fa. La ragazzina è un tornado di lunghi riccioli castani, occhi celesti e una parlantina inesauribile. Eh già, Ginevra parla, parla, parla. Fa domande, non ascolta le risposte, parla sopra, si infila in conversazioni che non la riguardano, ride, commenta. I compagni sopportano con più o meno tolleranza questa valanga di parole che sembra non avere mai fine, i docenti spesso e volentieri perdono la pazienza, e li ascolto imbarcarsi in lunghe ramanzine che (con altrettante numerose parole) dovrebbero convincere Ginevra a contenere almeno in parte la sua effervescenza vocale. Ma visto che né compagni, né genitori né professori sembrano sortire alcun effetto, decido di provare un approccio differente.
Un giorno arrivo in classe senza utilizzare la voce in alcun modo. Inizio a comunicare con tutti tramite la sola gestualità e le espressioni del viso. Tutti gli allievi si divertono e, chi prima chi dopo, iniziano a utilizzare la stessa modalità. Mantengo il controllo della classe e imposto una serie di “conversazioni” solo mimiche e gestuali con ciascuno di loro. Fino ad arrivare a Ginevra. L’ho osservata con la coda dell’occhio, mentre comunicavo con i suoi compagni. L’ho vista sorridere spesso ma non buttarsi come gli altri a fare altrettanto. Finché mi rivolgo proprio a lei e, inevitabilmente, le escono parole in risposta alla mia muta domanda. Mi fermo, le faccio cenno di ricominciare. Ginevra comprende che ha sbagliato l’approccio, che non ha controllato la frase pronunciata troppo presto. E si sforza di usare il corpo, una volta tanto, e non le parole. Riesce, si diverte. Nelle riflessioni che facciamo insieme un attimo dopo, siamo tutti pressoché d’accordo che l’esperimento sia stato molto divertente e che comunicare solo con il corpo fornisca molte più informazioni oltre a uno stato di calma e concentrazione che permette di entrare davvero in relazione gli uni con gli altri. Ginevra si dichiara d’accordo con il gruppo ma non aggiunge alcunché alle riflessioni e commenti degli altri. So bene che per lei non è facile. Ma sono anche certa che usare di più la mimica e il corpo, la renderà meno ansiosa e più consapevole del confine fra gli altri e se stessa.
E l’osservare permetterà finalmente anche di ascoltare.
Un giorno arrivo in classe senza utilizzare la voce in alcun modo. Inizio a comunicare con tutti tramite la sola gestualità e le espressioni del viso. Tutti gli allievi si divertono e, chi prima chi dopo, iniziano a utilizzare la stessa modalità. Mantengo il controllo della classe e imposto una serie di “conversazioni” solo mimiche e gestuali con ciascuno di loro. Fino ad arrivare a Ginevra. L’ho osservata con la coda dell’occhio, mentre comunicavo con i suoi compagni. L’ho vista sorridere spesso ma non buttarsi come gli altri a fare altrettanto. Finché mi rivolgo proprio a lei e, inevitabilmente, le escono parole in risposta alla mia muta domanda. Mi fermo, le faccio cenno di ricominciare. Ginevra comprende che ha sbagliato l’approccio, che non ha controllato la frase pronunciata troppo presto. E si sforza di usare il corpo, una volta tanto, e non le parole. Riesce, si diverte. Nelle riflessioni che facciamo insieme un attimo dopo, siamo tutti pressoché d’accordo che l’esperimento sia stato molto divertente e che comunicare solo con il corpo fornisca molte più informazioni oltre a uno stato di calma e concentrazione che permette di entrare davvero in relazione gli uni con gli altri. Ginevra si dichiara d’accordo con il gruppo ma non aggiunge alcunché alle riflessioni e commenti degli altri. So bene che per lei non è facile. Ma sono anche certa che usare di più la mimica e il corpo, la renderà meno ansiosa e più consapevole del confine fra gli altri e se stessa.
E l’osservare permetterà finalmente anche di ascoltare.
Commenti
Posta un commento