La classe era fuori controllo. Poi ho capito che il problema ero io

Che fatica quella mattina con quel gruppo classe. Giancarlo non smette di parlare, interrompendo e pretendendo l’attenzione altrui senza accorgersi di aver stancato tutti;

Alessio continua le sue prese in giro; Federica si aggiusta i capelli, il trucco e cambia posto in continuazione; Carlotta ride forte mentre Rita riprende aspramente i compagni perché non ricordano le posizioni iniziali dello spettacolo.

Ben presto quasi tutti iniziano a discutere, parlarsi sopra, quasi in gara per chi alza la voce più forte degli altri, solo per stabilire quale sia la sequenza scenica che li vede sul palcoscenico in procinto di recitare.

Il caos si autoalimenta e quasi tutti si innervosiscono sempre più, incuranti dei pochi rimasti in disparte, troppo timidi per partecipare alla discussione sempre più accesa.

Fatico non poco a ristabilire la calma, l’ascolto, l’attenzione. Pian piano ciascuno rientra dentro se stesso e in molti si rendono conto di aver esagerato.

Ecco dunque che Fabio chiede scusa a Eleonora, che aveva strattonato poco fa. Lo stesso fa Sofia con Elio, non appena si accorge della brutta risposta che gli aveva dato.

Va meglio sicuramente, ma ancora non riesco a ristabilire pienamente quella serenità e la quiete necessarie alla creazione dello spettacolo.

Le docenti di classe attribuiscono lo stato emotivo così dispersivo della classe alla primavera, alla stanchezza che inizia a farsi sentire, allo studio che si fa più intenso, anche al chiasso delle stanze accanto, che inevitabilmente giunge fino a noi persino con le porte chiuse.

Tutte motivazioni valide, senza dubbio. Ma io sono consapevole anche di altro.

Quando gli allievi sono arrivati ero distratta, non li ho accolti con il giusto sorriso e cura per ciascuno. Ho dato disposizioni frettolose affinché prendessero posto e potessimo iniziare a provare lo spettacolo.

E da lì sono partiti confusione, insofferenza, nervosismo, fraintendimenti…

È fondamentale mettersi in discussione ogni tanto.

Inoltre, nelle artiterapie si dà, giustamente, estrema importanza al setting nel quale operare, ovvero l’ambiente e il contesto in cui si lavora.

Spesso però ci si ritrova in stanze troppo grandi o eccessivamente piccole, con pessima acustica e illuminazione insufficiente.

Ecco allora che il conduttore deve “farsi setting” per i suoi allievi, ovvero far spazio dentro sé stesso, accogliente e confortevole.

La sua calma e la sua attenzione devono rappresentare la base sicura su cui ogni bambino, adolescente o adulto può trovare il contesto necessario per dare il meglio di sé.

La qualità dell’effettiva presenza dell’arte terapeuta, insegnante o educatore può dare veramente tanto.

In modo simile al flauto del Pifferaio di Hamelin è in grado di far lavorare gli allievi nei posti più impensabili, portandoli a scalare le loro personali montagne e a realizzare piccole e grandi imprese.

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