Quando il teatro trasforma i bambini: storie di coraggio e scoperta in scena
Quante faccette sorridenti, sguardi scanzonati, bocche che sussurrano mentre gli occhi restano fissi su di me, quanta energia positiva in quella mattinata nella quale abbiamo terminato di illustrare la storia che andremo a mettere in scena e i miei allievi aspettano ansiosamente di sapere i personaggi che dovranno interpretare. Quanto mi piacerebbe accontentarli tutti, dare a ciascuno quel che desidera, ma… non devo mai dimenticare quanto è importante l’esperienza teatrale realizzata a scuola, da innumerevoli punti di vista. Pertanto devo avere ben chiaro che ora non è il momento di affidare loro le parti che vorrebbero bensì quelle di cui hanno maggiormente bisogno. Ecco dunque che invito Fabio (nome di fantasia come i seguenti) ad aprire lo spettacolo presentando al pubblico il nostro lavoro, proprio lui che non è certo il più popolare della classe e resta sempre nelle retrovie, schiacciato dalle personalità più imponenti dei suoi compagni. E per Elena ho strutturato la parte dell’animale protagonista della vicenda, così che la ragazza possa sperimentare il passo crociato e altri schemi corporei a lei sconosciuti; tramite essi, Elena potrà aumentare le potenzialità motorie ed espressive, proprio lei che sembra costretta in una crisalide di eccessiva attenzione al galateo e alle buone maniere. So fin troppo bene quanto il corpo in movimento nello spazio e nella relazione con l’altro, sia fonte di potenziamenti cognitivi e linguistici e nulla quanto il teatro ci permette di sperimentare nella finzione scenica, l’essere altro da sé. Ma quando comunico a Paola che il suo personaggio sarà la la nobildonna sprezzante, fredda e distaccata, la ragazza sbianca e scuote impercettibilmente la testa. Vedo il suo corpo arretrare, chiarissimo segno del desiderio di fuggire da quella proposta troppo lontana dal suo modo di fare, al punto da esserle inimmaginabile. Potrei farla contenta, certo. Potrei affidarle qualsiasi altro personaggio, ce ne sono talmente tanti. I suoi occhi spalancati sembrano infatti chiedermi “ti prego, qualsiasi altra cosa, ma non questo”. Eppure tengo bene a mente quanto sia necessario pensare solo al suo benessere. Quindi le propongo un patto: “che ne dici Paola, forse possiamo quantomeno fare una piccola prova della scena che avevo in mente per te. Poi, se proprio non la troverai congeniale, ti prometto che cercherò qualcos’altro”. La ragazza annuisce, sollevata di aver intravisto una piccola via d’uscita. E, forse più per far contenta me che per reale volontà di mettersi in gioco, ecco che si alza e si prepara dietro la quinta, pronta a entrare in scena. Stimolo la sua memoria di lavoro dicendole velocemente l’azione da compiere e la battuta da pronunciare. E quale non è la sorpresa di tutti, ma soprattutto la sua, quando la scena le riesce magistralmente, anzi fuoriesce un’energia potente e diretta, che trasforma quella ragazza timida, educata e sempre attenta agli altri in una donna sprezzante, altera, superba. Il silenzio di tutti i suoi compagni è davvero eloquente: non vola una mosca, mentre la scena prosegue, perché Paola si è ormai lanciata e prosegue a improvvisare anche pezzi che non le ho chiesto. E quando la recitazione si esaurisce e il tutto si ferma, è lei per prima stupita delle sue capacità. L’applauso che ne segue la coglie impreparata ma la rende immediatamente felice. I complimenti, i commenti positivi di tutti rinforzano quel che ormai ha già scoperto da sola; che, almeno in scena, può permettersi di interpretare un ruolo diverso da se stessa e che questa cosa le riesce e le piace, immensamente.
Nel caos che segue Paola cerca il mio sguardo, sorride. Le sorrido anch’io.
E non serve altro.
Nel caos che segue Paola cerca il mio sguardo, sorride. Le sorrido anch’io.
E non serve altro.
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